giovedì 24 novembre 2011

Genova chiama Saponara

Ancora morti. Ancora la stessa storia che si ripete in un penoso dejavu mediatico.

Il tam tam dei Tg stavolta inonda le nostre case con lo spaventoso filmato amatoriale girato da persone che dalle loro finestre assistono terrorizzate al muro d'acqua e fango che spazza via macchine, cassonetti e persone inermi. Le loro urla impotenti e disperate stringono il cuore. Ma solo delle persone comuni, evidentemente. Perché chi dovrebbe fare qualcosa invece non si muove.

Sul Quotidiano di Sicilia si legge che Giampilieri sta ancora aspettando i fondi per la messa in sicurezza del territorio dopo l'alluvione del 1 ottobre 2009. I riflettori su Genova si sono spenti da diversi giorni.

Com'era prevedibile.

Evidentemente non basta ancora. Non si è ancora toccato il fondo della vergogna. La forza dell'acqua e del fango è spaventosa e riesce a spazzar via di tutto, ma non l'immobilismo colpevole e menefreghista di tanti sindaci, giunte, politici e amministratori.

domenica 6 novembre 2011

Io mi ricordo, sì mi ricordo...

Metà degli anni Ottanta. Dai finestrini dell'autobus leggo un enorme striscione a caratteri cubitali appeso al muro nei pressi di Largo di Santa Susanna, a Roma. Non posso citare perfettamente le parole esatte, ma il messaggio era più o meno questo:

"Il nostro dipartimento è stato costretto a chiudere. Chi difenderà il territorio italiano dal rischio idrogeologico?".

Oggi lo sappiamo. La risposta era: nessuno.

Ricordo, qualche anno fa, una pubblicità di MTV che invitava a riflettere sui cambiamenti climatici in atto nel nostro pianeta. Una teenager chiacchiera spensierata al cellulare con un'amica. La sua cameretta inizia ad essere invasa dall'acqua ma lei invece di fare qualcosa continua a parlare come se nulla fosse. Sale sui mobili, sempre più in alto, finché l'acqua arriva al soffitto e tutto viene sommerso. Cellulare compreso. Lo slogan dello spot era (più o meno): "Se non ti interessi ai problemi del tuo pianeta, prima o poi questi si interesserenno a te".

................

In questo inverno 2011 abbiamo dovuto prendere atto che anche nelle nostre grandi e belle città si può morire travolti da un'ondata di acqua e fango, come nei paesi più poveri del Terzo Mondo.

Non possiamo dire di non essere stati avvisati.

Gli italiani conoscono le tragedie del Vajont, di Sarno e tutte quelle accadute negli ultimi anni in varie parti d'Italia. La moderna televisione del dolore non ci consente di ignorarle perché scava nell'orrore come escamotage per incollare gli spettatori al piccolo schermo. Ma tiene i riflettori accesi solo finché la notizia tiene, poi su tutto cala il silenzio. Fino alla prossima tragedia.

I cittadini genovesi residenti nelle aree rimaste allagate avevano paura. Hanno ripetutamente denunciato il rischio idrogeologico alle autorità competenti cercando di interessarle al problema ma nessuno li ha ascoltati. Così, quelli che non hanno potuto o voluto trasferirsi si sono rassegnati a vivere accanto ad una bomba ad orologeria e chi si è salvato ha perso tutto.

Qualcuno dovrà rispondere di questo colpevole silenzio. Altrimenti quelle morti non saranno le ultime.

Quante tragedie ci vogliono ancora per smuovere le coscienze di sindaci, amministratori e classe politica in generale?

domenica 30 ottobre 2011

La strategia del silenzio

Un gesto quotidiano, come quello di accendere il televisore è diventato un rischio. E' praticamente impossibile, a meno che non si guardino solo cartoni e soap opera, non sentirsi destabilizzati da ciò che si vede sul piccolo schermo.

Accendi la tv una domenica a pranzo e vedi un ragazzo su una pista motociclistica che viene travolto e non si muove più. Lo riaccendi e appare il volto tumefatto di un dittatore eliminato dal suo stesso popolo. Senza muovermi da casa posso vedere le abitazioni distrutte dalla marea di fango e acqua nelle Cinque Terre, con le persone che piangono i morti e i dispersi. Oppure, come doloroso promemoria, la sofferenza senza fine di innumerevoli esseri umani, per lo più bambini, che si spengono per colpa della fame e della carestia nel Corno d'Africa.

E su tutto questo parole, parole, parole, parole. Le immagini attirano ondate di commenti-fotocopia triti e ritriti da parte di politici più o meno importanti, esperti di turno e personaggi dello showbiz che rimbalzano l'uno sull'altro, si sommergono e poi si annullano spegnendosi nel vuoto, dopo essere stati accolti da applausi di scena anch'essi talmente scontati e ripetitivi da sembrare opera di automi.

Un campione in erba è morto inseguendo il suo sogno. Un dittatore è andato incontro al suo destino. La Natura si è ribellata e ha travolto la vita di persone innocenti, da un lato sommergendole di acqua e dall'altro assetando la terra. Di fronte a tutto questo è normale provare cordoglio, orrore, pietà. Ma la nostra televisione ormai sfrutta la pornografia del dolore come se non avesse altri argomenti per fare ascolti.

E la consueta indigestione di immagini shock associate alle cantilene di opinionisti, personaggi famosi e conduttori rampanti produce sempre lo stesso prevedibile risultato: ci anestetizzano gradualmente. La ripetizione affievolisce il senso di orrore e pietà di fronte alle tragedie che non ci colpiscono in modo diretto. E' normale. E' un meccanismo psicologico di autodifesa che ci aiuta ad andare avanti con la nostra vita quotidiana. La notizia nel frattempo non è più da prima pagina. Alla fine, ciò che rimane è solo la sensazione che il mondo stia diventando ogni giorno meno sicuro.

Ha senso essere sottoposti ogni giorno a tutto questo? Perché anche quando non accadono tragedie "fresche di giornata", la nostra televisione gronda lacrime, sangue e dolore. Ci propina, ad esempio, approfondimenti su efferati omicidi del passato, ricostruzioni delle morti misteriose delle rockstar, psicodrammi familiari sotto forma di racconti di vita.

Cosa possiamo fare, visto che il tema della spettacolarizzazione del dolore scatena nei talk show e nelle trasmissioni cosiddette di informazione (ma in realtà di intrattenimento) la solita marea nera di discorsi vuoti, inutili e ripetitivi, fatti solo per il gusto di parlare e farsi inquadrare dalle telecamere?

Il silenzio, potrebbe forse essere l'unica alternativa.

Basta fare i pappagalli. Basta argomentazioni e ragionamenti che sembrano essere stati conservati nel freezer e poi passati al microonde per essere dati in pasto al pubblico. Basta aprire bocca e dargli fiato solo per stare sotto i riflettori. Basta parlare tanto per parlare. Le parole sono importanti. Possono accendere gli animi, possono consolare, possono far riflettere, far capire. A patto di essere usate, se non con il cuore, almeno con intelligenza e sincerità intellettuale. Solo in questo caso le parole non stancano mai e ci viene naturale conservarle nella nostra memoria. Altrimenti, sono solo fastidiosi rumori di sottofondo.

E' tanto difficile restituire valore alle parole e alla nostra umanità?

sabato 15 ottobre 2011

Un tranquillo sabato di paura

Mezzo centro di Roma messo a ferro e fuoco, immagini di violenza urbana che rimbombano sullo schermo televisivo, i commenti ripetitivi di fronte ai microfoni e alle telecamere...

E' uno strano sabato questo, con fiumi di parole sulla notizia del giorno, forse della settimana... ma è presto per dire quanto durerà l'attenzione mediatica, dato che la situazione politica italiana sembra sempre sull'orlo del baratro (ma poi tutto finisce a tarallucci e vino - non lo sapevate? Italians do it better!).

La mia cena di stasera è fatta di sanpietrini divelti, cassonetti rovesciati, macchine bruciate, lacrimogeni. Le immagini non sono nuove. Ripenso a Genova e alla Londra di questa estate. Non trovo sorprendente ciò che è accaduto.

E' già avvenuto in passato e tante altre volte avverrà probabilmente in futuro che una manifestazione pacifica si trasformi in una ferita per la città che la ospita. Vorrei solo che qualcuno obbligasse chi ha distrutto, danneggiato e bruciato a riparare tutto non (solo) con il denaro ma con la fatica delle proprie mani.

Distruggere è facile, è roba di pochi secondi, è costruire che è difficile.

Guardo quei giovani con il volto coperto che tirano pietre e bombe carta e sfidano la polizia apparentemente in preda ad un furore incontrollabile. E mi chiedo da dove scaturisca questa sete di violenza e distruzione a tutti i costi.

Sono molte le persone che in questo periodo di crisi economica conoscono la rabbia e la disperazione. Disoccupati, lavoratori in cassaintegrazione, precari, persone comuni che si ritrovano a dover lottare come Davide contro Golia per far valere i loro diritti. Ma per quanto ne so nessuna di loro, per quanto disperata, si sognerebbe mai di distruggere con atti vandalici e a volto coperto ciò che secondo loro potrebbe rappresentare simbolicamente il "nemico".

Perché, appunto, distruggere è un attimo. Costruire (una famiglia, una casa, una reputazione sul posto di lavoro) richiede tempo, costanza, impegno. Le persone che lo sanno lottano in modo differente, facendo appello a tutti i possibili strumenti che la società civile ci mette a disposizione.

E questa è già una risposta.

sabato 8 ottobre 2011

Steve Jobs, l'Islanda e il senso comune degli italiani

"Stay hungry, stay foolish" (siate affamati, siate folli).

Steve Jobs non era un informatico, non era un ingegnere, non era un manager (almeno a quanto ho sentito dire poco fa dalla televisione) eppure ha ottenuto risultati che non sarebbero stati possibili a nessuna di queste tre professioni prese separatamente. E forse neanche insieme.

Poiché ragionava fuori dalle regole del mondo, il mondo l'ha seguito perché la sua visione era diversa, unica, originale e apriva ogni volta nuovi orizzonti. Con il suo esempio ci ha dimostrato che "un altro modo" è sempre possibile.

In questo momento in cui il nostro Paese è stretto nella morsa di una crisi economica che sta mettendo al muro i giovani e le fasce più deboli della popolazione, l'invito di Steve Jobs assume un valore ancora più grande.

In queste ultime settimane (sarà capitato anche a voi) ho incontrato spesso al supermercato, alla Posta o alla fermata dell'autobus persone molto preoccupate per il rischio di default che incombe sull'Italia. Ebbene, in questi casi io cito sempre l'esempio dell'Islanda. Questa nazione qualche tempo fa si è trovata in una situazione simile a quella della Grecia. E allora gli islandesi hanno deciso di cambiare le regole del gioco con una rivoluzione pacifica e democratica partita dal basso. Guardate qui questo video su Youtube e vi farete un'idea di quanto sia perverso il meccanismo con il quale i grandi poteri economici riescono ad impadronirsi del futuro di una intera nazione, se li si lascia fare ovviamente. Perché gli islandesi hanno vinto la loro battaglia e sui media italiani di questa storia non si parla.

Ebbene, ogni volta che ho provato raccontare a queste persone (pensionati, gente di mezza età, casalinghe) l'esempio dell'Islanda è sempre capitata la stessa cosa. Hanno tutti chiuso il discorso in tutta fretta.

Diffidenza? Incredulità? Scettiscismo?

Per molti italiani oggi è più facile credere ad una realtà fatta di brutte storie (omicidi efferati, violenze, rapine, suicidi), di fosche previsioni per il futuro e di false promesse da parte dei politici piuttosto che alla possibilità che un intero popolo possa scegliere di riprendere in mano il controllo del suo destino.

Steve Jobs è stato un rivoluzionario perché ha seguito fedelmente la sua visione creativa dimostrando che è ciò in cui si crede che determina la portata e il valore delle nostre vittorie. Pensare differentemente è la chiave per essere i protagonisti della propria vita ed è dunque qualcosa che dobbiamo non solo a noi stessi, ma anche alla nostra comunità di appartenenza.

Perché l'unione di tante persone comuni che pensano differentemente può davvero essere la risorsa decisiva per cambiare in meglio il destino di un'intera nazione.

domenica 11 settembre 2011

La Storia siamo noi

11 Settembre 2011.

Il dolore di una ferita che non può rimarginarsi.

Non in soli dieci anni, almeno.

sabato 10 settembre 2011

Due granite d'eccellenza

L'argomento che abbiamo scelto per il nostro post di oggi ben si adatta al clima estivo che ancora imperversa sulla Capitale.

E che a volte può fare brutti scherzi.

All'Università La Sapienza, infatti, i ragazzi che si sono sottoposti al test sulle Professioni Sanitarie si sono trovati davanti una domanda che chiedeva loro di indicare i gusti della "grattachecca". Per chi non fosse di Roma, trattasi di una gustosa granita venduta, in particolare, in uno storico chioschetto sulla via Trionfale noto come "Sora Maria".
Comprensibile la costernazione degli esaminandi e la successiva ondata di commenti ironici e indignati generata su tutti i social media. Il "Grattachecca quiz" non è proprio andato giù e sarebbe ora che qualcuno rispondesse della presenza di queste strane domande in quiz e concorsi.

Nell'attesa che da La Sapienza giunga almeno una spiegazione plausibile su quest'ultimo caso eclatante, vi segnalo come lettura l'articolo di oggi su La Repubblica che contiene una selezione dei migliori commenti degli utenti della Rete.

Quasi in contemporanea, appena un paio di giorni fa, Panorama.it ha pubblicato un articolo sul nuovo documentario di Ivano Fachin intitolato "Gelati e Granite" e dedicato a Don Giugginu, un arzillo ottantenne che da più di cinquant'anni continua a percorrere le vie di Modica con il suo furgoncino per offrire fresche prelibatezze ai suoi abitanti e ai numerosi turisti in visita. Don Giugginu è una vera istituzione e il documentario è un omaggio ad un pezzo di storia locale che purtroppo rischia di scomparire senza lasciare traccia.

E' curioso come a volte le notizie si intreccino tra loro.

A chilometri di distanza, per motivi diversi, i riflettori dell'informazione nazionale si sono accesi su due piccole realtà artigianali che da molti decenni dal ghiaccio ricavano golosità anticaldo.

Scherzi di una strana estate che sembra non voler finire?

giovedì 8 settembre 2011

A volte ritornano!

Un paio di settimane fa avevamo commentato con un certo divertito sconcerto il nuovo spot della Swiffer e la sua visione antropomorfa della polvere.

Abbandonato il "malloppone" semovente extralarge scaricato senza pietà dalla ex (che a me faceva un po' pena!) ci siamo infatti trovate davanti a un gruppetto di single trentenni alla "Sex and the City" bloccate nella fessura tra una piastrella e l'altra e desiderose di uscire per fare nuove conoscenze.

Chi potrà mai salvarle se non il nuovo panno Swiffer iper-attraente?

Appunto.

Lo spot non ha mancato di attirare una serie di critiche molto meno scherzose di quelle che abbiamo rivolto nel nostro post ai creativi dello spot.
Leggete ad esempio Swiffer, la regina della casa e le donne-acaro dal blog "Un altro genere di comunicazione" oppure Occhio allo spot, Swiffer colpisce ancora dal blog "Vita da strega".

Ebbene, oggi lo schermo televisivo mi ha lasciato nuovamente di stucco (e ce ne vuole). Stavolta intrappolato nella fessura tra una piastrella e l'altra c'era un uomo della polvere, single e disperato anche lui, forse perché a differenza delle sue "colleghe" era davvero solo soletto, che si chiedeva in tono melodrammatico "Troverò mai l'amore?".

Roba da farti cadere la mascella a terra (c'è mancato poco).

Dunque, sembra davvero che qualcuno alla Swiffer abbia provato a giocare (male) la carta della parità tra i sessi. Il che lascia ipotizzare che più di una donna abbia espresso delle ragionevoli perplessità in merito agli ultimi spot. Personalmente non credo che il loro ideatore abbia mai pulito i pavimenti di casa sua.
Uomo o donna che sia.
O non concepirebbe idee del genere.

Detto questo, spero vivamente che alla Swiffer capiscano che è il caso di cambiare rotta (ma sul serio). Ma a giudicare da quanto visto finora il mio timore è che i prossimi spot vadano ancora oltre, magari presentandoci una lacrimevole love story a puntate dedicata al mondo della polvere.

Sarebbe davvero troppo.

E in questo caso mostrerei davvero con piacere all'ideatore di questi spot cosa dovrebbe farci con il suo panno.

lunedì 5 settembre 2011

Due tigri e una fragola

La prima volta che ho sentito questa storiella zen è stata anni fa dal mio maestro di yoga. Non so se sia la versione corretta, ve la racconto esattamente come l'ho sentita.
Un uomo corre nella foresta inseguito da una tigre. In cerca di scampo, ormai esausto, decide di giocarsi il tutto per tutto lasciandosi scivolare in un piccolo burrone e tenendosi appeso ad una grossa radice.
La prima tigre si piazza sul ciglio del burrone e aspetta. Una seconda tigre si unisce alla prima e si piazza proprio sotto l'uomo penzolante, speranzosa che tocchi a lei il lauto pasto della giornata.
La radice inizia a scricchiolare e a rompersi piano piano.
L'uomo, preso tra due fuochi, a questo punto si accorge che poco distante da lui sporge una fragola grande e dolcissima. Allunga la mano e la mangia.

Fine della storia.

Quando l'ho sentita per la prima volta confesso di aver reagito come il dott. Spock di Star Trek. Mangiare una fragola mentre c'è in gioco la pelle mi sembrava un gesto illogico. Per me l'uomo avrebbe dovuto concentrarsi sulla sua situazione e fare di tutto per cercare di salvarsi.

Ci ho messo degli anni a capire che mangiare la fragola è in realtà un atto di grande saggezza.

A volte ci troviamo in situazioni difficili, che non sappiamo come risolvere e che mettono a serio rischio la nostra sopravvivenza fisica e psicologica. Ma non per questo dobbiamo rinunciare, perfino in questi frangenti, ad assaporare ciò che di buono ci viene dalla vita.

Ogni giorno, perfino in quello più difficile, può esservi una occasione di sorriso o di conforto. Anche se breve, anche se della durata di pochi istanti, noi dobbiamo coglierlo. Altrimenti lasceremo che le nostre preoccupazioni e i nostri guai siano l'unica realtà della nostra esistenza.

Ci vuole coraggio per allungare la mano e cogliere la fragola con due tigri pronte a divorarti, ma è un esercizio mentale cui dovremmo dedicarci ogni giorno per ricordare che è vero che la vita è fatta di sfide, ma ha anche molto altro da offrirci.

Basta vederlo.

venerdì 26 agosto 2011

Se Atene piange Sparta non ride...

Le conseguenze catastrofiche che questo agosto 2010 avrà sui portafogli degli italiani ce le ricorderemo per parecchio tempo. Nel giro di qualche settimana le poche certezze (meglio dire illusioni?) che avevamo sulla stabilità finanziaria del nostro paese sono state colpite e affondate da un esercito di non meglio identificati speculatori.

Nelle guerre normali almeno il nemico ha un nome e un cognome. E anche una faccia. Puoi provare a prenderlo a sberle se cerca di portarti via ciò che è tuo. Invece qui, come nella crisi del 1929, sembra che tutti noi siamo in balia di forze impersonali, non identificabili, simili al Fato con cui gli dei greci colpivano gli uomini a loro piacimento.

La realtà è che le cose non stanno così e l'esempio dell'Islanda dovrebbe servirci da lezione. Guardate questo video su youtube e scoprirete come la gente comune abbia reagito unita per cambiare le regole del gioco di un sistema iniquo per il quale i profitti delle banche e delle finanziarie sono privati mentre le perdite sono pubbliche e ricadono sui cittadini.

Di questo caso i media italiani non parlano. Così come non parlano del presidio permanente organizzato davanti a Montecitorio da un normale cittadino italiano di nome Gaetano Ferrieri il quale da molte settimane sta facendo lo sciopero della fame per protestare contro i costi della politica. Questa è la pagina su Facebook e tra gli obiettivi c'è quello di radunare più persone possibili davanti a Montecitorio per il 21 settembre prossimo.

Non c'è niente da fare, bisogna essere in tanti per avere il privilegio di essere ascoltati da chi ci governa...

In queste stesse ore l'America è alle prese con una nuova emergenza. Dopo l'umiliante declassamento con la perdita della tripla A (l'equivalente di tutti 10 in pagella sui mercati finanziari) e il terremoto che ha colpito l'area a sud di Washington cogliendo di sorpresa tutti i sismologi, ecco l'uragano Irene che sta per abbattersi su New York.

Anche questo è un evento imprevedibile, "un uragano storico" l'ha definito Obama.

Che qualcuno lassù, con tutti questi eventi sconcertanti, stia cercando di dirci qualcosa?

Alla fine degli anni Novanta i movimenti New Age avevano predetto che l'Età dell'Acquario avrebbe segnato una svolta di pace, prosperità e amore universale in tutto il mondo. Invece, dal 2001 questo Nuovo Millennio ci ha riservato molte amare sorprese. E la sensazione è che non sia finita qui.

Se la casa scricchiola è inutile ritoccare l'intonaco. Quando è l'intero sistema da cambiare non ci si può mettere i paraocchi e andare avanti giorno per giorno. Questa è una cosa che le persone comuni sanno molto bene. Peccato che i politici, non solo i nostri ma anche quelli delle altre nazioni, sembrino voler ignorare questa comune regola di buonsenso. E allora è la gente che deve svegliarsi e spingere chi ci rappresenta ad affrontare i problemi alla radice.

Finiremo come la Grecia? Quel che al momento appare chiaro è che i prossimi mesi saranno decisivi e che il 2012 sarà un anno molto difficile.

Speriamo almeno che i Maya con il loro calendario matematico non ci abbiano azzeccato.

A che ora è la fine del mondo?

giovedì 25 agosto 2011

Il gemello perduto del Rio delle Amazzoni

In quest'epoca di tecnologia estrema sono in molti ormai a ritenere che sul nostro pianeta non esistano più angoli nascosti, inesplorati o irragiungibili.
E invece ancora una volta la Natura riesce a sorprenderci.
Chi mai avrebbe potuto immaginare che sotto al maestoso Rio delle Amazzoni scorresse un secondo fiume posto a quattromila metri di profondità? Questo gemello perduto, largo oltre duecento chilometri, è stato battezzato Rio Hamza. Per intenderci, le sue dimensioni sono paragonabili a quelle del Nilo, ma la sua corrente è estremamente lenta.
Leggendo questa notizia sui canali d'informazione in Rete mi sono tornati alla mente i romanzi di Giulio Verne e il suo visionario spirito di avventura. Soprattutto il suo "Viaggio al centro della Terra" di cui esistono numerose trasposizioni cinematografiche.
In questo pianeta c'è ancora spazio per sognare.
Chissà quali altri misteri nasconde il Rio Hamza...

martedì 23 agosto 2011

Questioni di ciclo

Tutte noi sappiamo quanto possano essere difficili "quei giorni". La voglia di dolci, la ritensione idrica, l'irritabilità, i "doloretti" più o meno forti sono parte integrante del nostro appuntamento mensile.
Bene, ora immaginate di avere il vostro ciclo in Africa o in un paese del Terzo Mondo. Di essere sdraiate e di non poter uscire per una intera settimana.
Niente scuola.
Niente lavoro.
Risultato: restate indietro con le lezioni oppure perdete giorni di paga preziosi. Il tutto fino a 50 giorni all'anno, è stato calcolato.
Perché?
E' semplice.
Niente assorbenti.
Sono difficili da reperire oppure (nella migliore delle ipotesi) troppo costosi. Per questo motivo molte donne africane cercando di arrangiarsi con quello che hanno a disposizione. E spesso ciò che ottengono è di procurarsi delle infezioni che possono rivelarsi pericolose in aree dove l'assistenza medica è precaria.
In questo articolo (in inglese) si descrive la situazione delle bambine nelle scuole sudafricane. Molte preferiscono assentarsi ogni mese piuttosto che rischiare di essere prese in giro dai compagni in caso di imbarazzanti fuoriuscite. Alcune ricorrono addirittura ai giornali vecchi per cercare di ricavare una protezione che permetta di proseguire normalmente le loro attività.
Lavorare e andare a scuola sono due sfide che le donne non possono permettersi di perdere. In loro aiuto sono perciò scese in campo persone comuni e organizzazioni. Una di queste si chiama SHE - sustainable health enterprises e promuove in Rwanda la creazione di imprese femminili per la produzione di assorbenti economici ed ecosostenibili in fibre di banana (questa è la loro pagina su Facebook, con una piccola cifra si può contribuire alla loro campagna che crea preziosa occupazione locale).
Il problema non è solo africano o del Terzo Mondo ma anche di quei paesi in cui la crescita economica non ha eliminato grandi sacche di miseria e disagio sociale, come l'India.
Insomma, c'è molto da fare per aiutare donne e bambine nella loro lotta per uscire dalla povertà. Tutti noi possiamo fare qualcosa al riguardo, anche solamente informare sull'esistenza del problema.
Ne è un esempio il blog italiano di cucito creativo Cuci Cuci Coo. Nel post intitolato "Il dono dei giorni persi" l'autrice racconta il suo impegno per la realizzazione di assorbenti in stoffa lavabili in kit da inviare alle donne africane.
Basta poco per cambiare una vita.

lunedì 22 agosto 2011

Ma ho visto bene?!

Capita anche a voi di vedere una pubblicità e di non capirla?
E' molto frustrante, soprattutto se consideriamo quanto sia complessa la progettazione, la realizzazione, la pianificazione e la messa in onda di uno spot televisivo. Fior di professionisti vi hanno lavorato dedicandovi nottate insonni alla ricerca dell'idea giusta, l'azienda l'ha approvata, gruppi d'ascolto avranno espresso le loro impressioni prima della messa in onda.
E invece ecco qua che a noi risulta incomprensibile.
Insomma, il punto è che il senso della nuova pubblicità della Swiffer mi sfugge del tutto.
Nello spot si vede un gruppetto di donne tipo "Sex and the City", ma in abiti polverosi e malmessi, che dichiara che è arrivato il momento di uscire di casa e di fare nuove amicizie (sic!). Una di loro spaventata ricorda però alle altre che la volta precedente la scopa aveva causato loro dei problemi. Ma ecco che, come un supereroe d'altri tempi, arriva il nuovo panno iper-atraente e loro con un balzo vi si attaccano (letteralmente!) felici di essere trasportate via.
Ora, lo sporco è sporco, la polvere è polvere. Qualsiasi donna che abbia dovuto occuparsi delle pulizie di casa sa che si tratta di nemici insidiosi contro i quali non si può mai abbassare la guardia. E' una lotta che non conosce tregua. Non a caso esistono le casalinghe disperate. E allora il pensiero che la polvere di casa mia se ne vada a divertirsi fuori mentre io sudo sette camicie per far splendere i miei pavimenti finendo per crollare esausta in poltrona mi sembra un'immane ingiustizia. Credo quindi che d'ora in poi mi sentirò molto meno in colpa se trascurerò un po' le pulizie di casa. Quindi, care le mie signorine della polvere, so che vorreste tanto farvi rimorchiare dal nuovo panno della pubblicità ma sorry, stasera a divertirmi fuori ci vado io!

giovedì 18 agosto 2011

Benzinaio addio?

Dalla Goodyear è in arrivo il pneumatico che si gonfia da solo. Sì, lo so, dovrei scrivere "lo" pneumatico ma lo trovo orribile e spero che il tempo modifichi questa odiosa regola grammaticale.
Insomma, non avremo più bisogno di fermarci dal benzinaio per far controllare la pressione delle gomme perché saranno loro stesse ad autoregolarsi con i movimenti della strada. Per il momento non si conoscono ancora i dettagli tecnici sul loro funzionamento, basato su una tecnologia chiamata Atm, ma se volete approfondire leggete questa notizia Ansa.
Per me, lo confesso, è un sollievo.
La corretta pressione interna delle gomme è importante per la sicurezza, ma anche per non far lievitare i consumi di carburante. Solo che i benzinai spesso vanno di fretta e mi manca il coraggio di chiedere il controllo. Tra l'altro l'area con la pompa d'aria è spesso distante da quella dei carburanti. Così capita di dover aspettare come degli stupidi che qualcuno ci dia una mano.
Quando trovo il coraggio, circa una volta ogni mese e mezzo o anche due, alla fine il benzinaio mi dice che le ruote erano a posto e ho la sensazione di aver fatto solo perdere tempo.
Così una volta mentre aspettavo che il benzinaio dell'autogrill servisse una lunga fila di clienti, avendo fretta di andare al lavoro ho provato a gonfiarle da me.
E ho esagerato.
No, niente esplosioni di pneumatici tipo le comiche di Stanlio e Ollio. Però il benzinaio corso a controllare mi ha fatto notare che avevo superato il valore indicato. E francamente con quella dannata lancetta del manometro che non sta ferma un secondo devo ammettere che le avevo gonfiate alla cieca. Come le ruote di una bicicletta.
Non ci sono riuscita. Sono laureata, faccio la giornalista, parlo benissimo l'inglese ma non so gonfiare le gomme della mia macchina. E il benzinaio aveva un'espressione del tipo "Signora, lasci perdere e lasci fare noi".
Ovviamente da allora l'ho fatto.

mercoledì 17 agosto 2011

Niente dura per sempre...

Scommetto che è capitato anche a voi di dovervi adattare (e di corsa!) all'ennesimo nuovo aggiornamento. I sistemi operativi, i software, i social network come Facebook e anche la nostra posta elettronica online hanno il vizio di cambiare "pelle" quando meno ce l'aspettiamo, in genere proprio quando abbiamo la massima urgenza di usarli. E non solo ci tocca scoprire come utilizzare le nuove funzioni, ma può anche accadere di essere "tagliati fuori" magari perché ci ostiniamo ad utilizzare un sistema operativo ormai obsoleto, cui però siamo affezionati.
Via il vecchio, avanti il nuovo. Nulla si conserva!
Quel che sapevate/potevate fare ieri potreste non poterlo saper/poter fare domani!
Non sempre i cambiamenti sono positivi. Più di una volta ho letto i post dei miei amici su Facebook con lamentele sulla nuova chat oppure sui nuovi sistemi di comando per l'utilizzo del social network.
La verità è che occorre tempo per adattarsi ad un aggiornamento e ciò spesso ci causa una buona dose stress. E' come se un luogo da noi amato e ben conosciuto cambiasse di colpo aspetto e dovessimo esplorarlo di nuovo, modificando le nostre abitudini e la nostra mappa mentale.
In attesa che qualche ricercatore misuri le conseguenze fisiche e psicologiche di questo tipo di stress ci sorge spontanea una domanda. Anzi due.
Ma questi continui aggiornamenti sono SEMPRE e assolutamente necessari?
In questa corsa verso il nuovo è l'uomo che comanda, oppure è il pc?

martedì 16 agosto 2011

"Ma quello è Mario?!"

Esclama stupefatto il marinaio di fronte alla bellezza di Bianca Balti che si gode il sole sotto le palme. L'avete visto l'ultimo spot tormentone estivo della Tim? Via gli improbabili baffoni finti, via gli abiti maschili, il finto mozzo della ciurma di Colombo sfoggia a sorpresa un moderno bikini.
Impossibile che ve lo siate perso, eventualmente guardatelo qui.
Ora la domanda.
Vi siete accorti che il corpo di Bianca è talmente magro da far concorrenza alle palme del set? Non c'è un filo di grasso, sembra di vedere il fisico di una adolescente non ancora sviluppata.
E' mai possibile che dopo tante campagne di sensibilizzazione i creativi che hanno ideato lo spot non abbiano riflettuto sul tipo di ideale di bellezza che avrebbero proposto? Il mondo della moda aveva fatto di recente dei passi in avanti ed ecco invece che uno spot ne fa quattro indietro...

domenica 14 agosto 2011

Mad Men - Sex. Lies. Storyboards

Mad man (sesso, bugie, storyboard) è il titolo di una serie americana trasmessa su Rai4. La storia verte sulle vicende umane e lavorative degli uomini e delle (poche) donne impiegate presso l'agenzia pubblicitaria Sterling Cooper. Tradimenti, vizi, opportunismo sociale, intrighi e segreti inconfessabili plasmano la trama, appassionante e ricca di colpi di scena. I favolosi anni Cinquanta e Sessanta sono ricostruiti senza nostalgia e con grande cura per i dettagli. Niente a che vedere con la visione zuccherosa di Happy Days.

Le case perfette e rassicuranti, oggi osannate dai nostalgici del passato come baluardi di valori familiari e sociali ormai perduti si rivelano abitate da coppie insoddisfatte, frustrate, infelici. I mariti tornando a casa trovano sempre la cena pronta e la tavola ben apparecchiata. I bambini sono già a letto e la loro mogliettina li ha attesi perfettamente vestita e truccata. Si mettono a tavola, parlano educatamente del più e del meno. Ma nessuno dei due è mai davvero sincero con l'altro. Obbligati ad impersonare i ruoli di "marito" e "moglie" codificati dalla società, nascondono a tutti, perfino a se stessi, inquietudini, angosce e debolezze.

Claustrofobico, no? E i rapporti uomo-donna sul posto di lavoro non sono certo migliori... Peggy, il personaggio che da segretaria riesce, grazie alle sue capacità, ad essere promossa copywriter è l'unica donna in un campo interamente dominato dagli uomini. Ogni giorno affronta chi la vede come fumo negli occhi con un self control invidiabile. Gli anni del femminismo sono ancora lontani, Peggy non è consapevole di avere diritto alla parità e al rispetto. Considera normale l'ostruzionismo dei suoi colleghi, non si stupisce e non le passa neanche per la testa di protestare. Resiste e va avanti, semplicemente.

Bene, siete ancora sicuri di voler vivere in una società come quella dei "favolosi" anni Cinquanta? Io fossi in voi ci penserei molto bene...