domenica 30 ottobre 2011

La strategia del silenzio

Un gesto quotidiano, come quello di accendere il televisore è diventato un rischio. E' praticamente impossibile, a meno che non si guardino solo cartoni e soap opera, non sentirsi destabilizzati da ciò che si vede sul piccolo schermo.

Accendi la tv una domenica a pranzo e vedi un ragazzo su una pista motociclistica che viene travolto e non si muove più. Lo riaccendi e appare il volto tumefatto di un dittatore eliminato dal suo stesso popolo. Senza muovermi da casa posso vedere le abitazioni distrutte dalla marea di fango e acqua nelle Cinque Terre, con le persone che piangono i morti e i dispersi. Oppure, come doloroso promemoria, la sofferenza senza fine di innumerevoli esseri umani, per lo più bambini, che si spengono per colpa della fame e della carestia nel Corno d'Africa.

E su tutto questo parole, parole, parole, parole. Le immagini attirano ondate di commenti-fotocopia triti e ritriti da parte di politici più o meno importanti, esperti di turno e personaggi dello showbiz che rimbalzano l'uno sull'altro, si sommergono e poi si annullano spegnendosi nel vuoto, dopo essere stati accolti da applausi di scena anch'essi talmente scontati e ripetitivi da sembrare opera di automi.

Un campione in erba è morto inseguendo il suo sogno. Un dittatore è andato incontro al suo destino. La Natura si è ribellata e ha travolto la vita di persone innocenti, da un lato sommergendole di acqua e dall'altro assetando la terra. Di fronte a tutto questo è normale provare cordoglio, orrore, pietà. Ma la nostra televisione ormai sfrutta la pornografia del dolore come se non avesse altri argomenti per fare ascolti.

E la consueta indigestione di immagini shock associate alle cantilene di opinionisti, personaggi famosi e conduttori rampanti produce sempre lo stesso prevedibile risultato: ci anestetizzano gradualmente. La ripetizione affievolisce il senso di orrore e pietà di fronte alle tragedie che non ci colpiscono in modo diretto. E' normale. E' un meccanismo psicologico di autodifesa che ci aiuta ad andare avanti con la nostra vita quotidiana. La notizia nel frattempo non è più da prima pagina. Alla fine, ciò che rimane è solo la sensazione che il mondo stia diventando ogni giorno meno sicuro.

Ha senso essere sottoposti ogni giorno a tutto questo? Perché anche quando non accadono tragedie "fresche di giornata", la nostra televisione gronda lacrime, sangue e dolore. Ci propina, ad esempio, approfondimenti su efferati omicidi del passato, ricostruzioni delle morti misteriose delle rockstar, psicodrammi familiari sotto forma di racconti di vita.

Cosa possiamo fare, visto che il tema della spettacolarizzazione del dolore scatena nei talk show e nelle trasmissioni cosiddette di informazione (ma in realtà di intrattenimento) la solita marea nera di discorsi vuoti, inutili e ripetitivi, fatti solo per il gusto di parlare e farsi inquadrare dalle telecamere?

Il silenzio, potrebbe forse essere l'unica alternativa.

Basta fare i pappagalli. Basta argomentazioni e ragionamenti che sembrano essere stati conservati nel freezer e poi passati al microonde per essere dati in pasto al pubblico. Basta aprire bocca e dargli fiato solo per stare sotto i riflettori. Basta parlare tanto per parlare. Le parole sono importanti. Possono accendere gli animi, possono consolare, possono far riflettere, far capire. A patto di essere usate, se non con il cuore, almeno con intelligenza e sincerità intellettuale. Solo in questo caso le parole non stancano mai e ci viene naturale conservarle nella nostra memoria. Altrimenti, sono solo fastidiosi rumori di sottofondo.

E' tanto difficile restituire valore alle parole e alla nostra umanità?

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