domenica 6 novembre 2011

Io mi ricordo, sì mi ricordo...

Metà degli anni Ottanta. Dai finestrini dell'autobus leggo un enorme striscione a caratteri cubitali appeso al muro nei pressi di Largo di Santa Susanna, a Roma. Non posso citare perfettamente le parole esatte, ma il messaggio era più o meno questo:

"Il nostro dipartimento è stato costretto a chiudere. Chi difenderà il territorio italiano dal rischio idrogeologico?".

Oggi lo sappiamo. La risposta era: nessuno.

Ricordo, qualche anno fa, una pubblicità di MTV che invitava a riflettere sui cambiamenti climatici in atto nel nostro pianeta. Una teenager chiacchiera spensierata al cellulare con un'amica. La sua cameretta inizia ad essere invasa dall'acqua ma lei invece di fare qualcosa continua a parlare come se nulla fosse. Sale sui mobili, sempre più in alto, finché l'acqua arriva al soffitto e tutto viene sommerso. Cellulare compreso. Lo slogan dello spot era (più o meno): "Se non ti interessi ai problemi del tuo pianeta, prima o poi questi si interesserenno a te".

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In questo inverno 2011 abbiamo dovuto prendere atto che anche nelle nostre grandi e belle città si può morire travolti da un'ondata di acqua e fango, come nei paesi più poveri del Terzo Mondo.

Non possiamo dire di non essere stati avvisati.

Gli italiani conoscono le tragedie del Vajont, di Sarno e tutte quelle accadute negli ultimi anni in varie parti d'Italia. La moderna televisione del dolore non ci consente di ignorarle perché scava nell'orrore come escamotage per incollare gli spettatori al piccolo schermo. Ma tiene i riflettori accesi solo finché la notizia tiene, poi su tutto cala il silenzio. Fino alla prossima tragedia.

I cittadini genovesi residenti nelle aree rimaste allagate avevano paura. Hanno ripetutamente denunciato il rischio idrogeologico alle autorità competenti cercando di interessarle al problema ma nessuno li ha ascoltati. Così, quelli che non hanno potuto o voluto trasferirsi si sono rassegnati a vivere accanto ad una bomba ad orologeria e chi si è salvato ha perso tutto.

Qualcuno dovrà rispondere di questo colpevole silenzio. Altrimenti quelle morti non saranno le ultime.

Quante tragedie ci vogliono ancora per smuovere le coscienze di sindaci, amministratori e classe politica in generale?

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