Questa è la penosa domanda che si trovano ad affrontare quasi tutti i malati di tumore. E il nostro paese è davvero come un malato pieno di metastasi che non sa più a che medico affidarsi per guarire.
Il professor Monti ha sottoposto l'Italia ad una "cura da cavallo" e la verità è che il rimedio stesso potrebbe stroncarla. Come certe chemio che, date in dosi massicce, finiscono per provocare la morte del paziente per ictus. La terapia alternativa, la "Di Bella" adottata con succcesso dall'Islanda, che ha scelto di cambiare le regole e di mettere i cittadini al primo posto rispetto agli interessi di multinazionali e finanziarie, non viene neanche presa in considerazione. Là i responsabili della crisi vengono messi in galera. Da noi in galera ci finiscono solo i poveracci. Un mondo al rovescio.
Intanto, questa chemio da lacrime e sangue non è ancora riuscita a far scendere la febbre dello spread. E i medici nei loro camici bianchi continuano con le loro vuote rassicurazioni.
martedì 3 gennaio 2012
giovedì 24 novembre 2011
Genova chiama Saponara
Ancora morti. Ancora la stessa storia che si ripete in un penoso dejavu mediatico.
Il tam tam dei Tg stavolta inonda le nostre case con lo spaventoso filmato amatoriale girato da persone che dalle loro finestre assistono terrorizzate al muro d'acqua e fango che spazza via macchine, cassonetti e persone inermi. Le loro urla impotenti e disperate stringono il cuore. Ma solo delle persone comuni, evidentemente. Perché chi dovrebbe fare qualcosa invece non si muove.
Sul Quotidiano di Sicilia si legge che Giampilieri sta ancora aspettando i fondi per la messa in sicurezza del territorio dopo l'alluvione del 1 ottobre 2009. I riflettori su Genova si sono spenti da diversi giorni.
Com'era prevedibile.
Evidentemente non basta ancora. Non si è ancora toccato il fondo della vergogna. La forza dell'acqua e del fango è spaventosa e riesce a spazzar via di tutto, ma non l'immobilismo colpevole e menefreghista di tanti sindaci, giunte, politici e amministratori.
Il tam tam dei Tg stavolta inonda le nostre case con lo spaventoso filmato amatoriale girato da persone che dalle loro finestre assistono terrorizzate al muro d'acqua e fango che spazza via macchine, cassonetti e persone inermi. Le loro urla impotenti e disperate stringono il cuore. Ma solo delle persone comuni, evidentemente. Perché chi dovrebbe fare qualcosa invece non si muove.
Sul Quotidiano di Sicilia si legge che Giampilieri sta ancora aspettando i fondi per la messa in sicurezza del territorio dopo l'alluvione del 1 ottobre 2009. I riflettori su Genova si sono spenti da diversi giorni.
Com'era prevedibile.
Evidentemente non basta ancora. Non si è ancora toccato il fondo della vergogna. La forza dell'acqua e del fango è spaventosa e riesce a spazzar via di tutto, ma non l'immobilismo colpevole e menefreghista di tanti sindaci, giunte, politici e amministratori.
domenica 6 novembre 2011
Io mi ricordo, sì mi ricordo...
Metà degli anni Ottanta. Dai finestrini dell'autobus leggo un enorme striscione a caratteri cubitali appeso al muro nei pressi di Largo di Santa Susanna, a Roma. Non posso citare perfettamente le parole esatte, ma il messaggio era più o meno questo:
"Il nostro dipartimento è stato costretto a chiudere. Chi difenderà il territorio italiano dal rischio idrogeologico?".
Oggi lo sappiamo. La risposta era: nessuno.
Ricordo, qualche anno fa, una pubblicità di MTV che invitava a riflettere sui cambiamenti climatici in atto nel nostro pianeta. Una teenager chiacchiera spensierata al cellulare con un'amica. La sua cameretta inizia ad essere invasa dall'acqua ma lei invece di fare qualcosa continua a parlare come se nulla fosse. Sale sui mobili, sempre più in alto, finché l'acqua arriva al soffitto e tutto viene sommerso. Cellulare compreso. Lo slogan dello spot era (più o meno): "Se non ti interessi ai problemi del tuo pianeta, prima o poi questi si interesserenno a te".
................
In questo inverno 2011 abbiamo dovuto prendere atto che anche nelle nostre grandi e belle città si può morire travolti da un'ondata di acqua e fango, come nei paesi più poveri del Terzo Mondo.
Non possiamo dire di non essere stati avvisati.
Gli italiani conoscono le tragedie del Vajont, di Sarno e tutte quelle accadute negli ultimi anni in varie parti d'Italia. La moderna televisione del dolore non ci consente di ignorarle perché scava nell'orrore come escamotage per incollare gli spettatori al piccolo schermo. Ma tiene i riflettori accesi solo finché la notizia tiene, poi su tutto cala il silenzio. Fino alla prossima tragedia.
I cittadini genovesi residenti nelle aree rimaste allagate avevano paura. Hanno ripetutamente denunciato il rischio idrogeologico alle autorità competenti cercando di interessarle al problema ma nessuno li ha ascoltati. Così, quelli che non hanno potuto o voluto trasferirsi si sono rassegnati a vivere accanto ad una bomba ad orologeria e chi si è salvato ha perso tutto.
Qualcuno dovrà rispondere di questo colpevole silenzio. Altrimenti quelle morti non saranno le ultime.
Quante tragedie ci vogliono ancora per smuovere le coscienze di sindaci, amministratori e classe politica in generale?
"Il nostro dipartimento è stato costretto a chiudere. Chi difenderà il territorio italiano dal rischio idrogeologico?".
Oggi lo sappiamo. La risposta era: nessuno.
Ricordo, qualche anno fa, una pubblicità di MTV che invitava a riflettere sui cambiamenti climatici in atto nel nostro pianeta. Una teenager chiacchiera spensierata al cellulare con un'amica. La sua cameretta inizia ad essere invasa dall'acqua ma lei invece di fare qualcosa continua a parlare come se nulla fosse. Sale sui mobili, sempre più in alto, finché l'acqua arriva al soffitto e tutto viene sommerso. Cellulare compreso. Lo slogan dello spot era (più o meno): "Se non ti interessi ai problemi del tuo pianeta, prima o poi questi si interesserenno a te".
................
In questo inverno 2011 abbiamo dovuto prendere atto che anche nelle nostre grandi e belle città si può morire travolti da un'ondata di acqua e fango, come nei paesi più poveri del Terzo Mondo.
Non possiamo dire di non essere stati avvisati.
Gli italiani conoscono le tragedie del Vajont, di Sarno e tutte quelle accadute negli ultimi anni in varie parti d'Italia. La moderna televisione del dolore non ci consente di ignorarle perché scava nell'orrore come escamotage per incollare gli spettatori al piccolo schermo. Ma tiene i riflettori accesi solo finché la notizia tiene, poi su tutto cala il silenzio. Fino alla prossima tragedia.
I cittadini genovesi residenti nelle aree rimaste allagate avevano paura. Hanno ripetutamente denunciato il rischio idrogeologico alle autorità competenti cercando di interessarle al problema ma nessuno li ha ascoltati. Così, quelli che non hanno potuto o voluto trasferirsi si sono rassegnati a vivere accanto ad una bomba ad orologeria e chi si è salvato ha perso tutto.
Qualcuno dovrà rispondere di questo colpevole silenzio. Altrimenti quelle morti non saranno le ultime.
Quante tragedie ci vogliono ancora per smuovere le coscienze di sindaci, amministratori e classe politica in generale?
domenica 30 ottobre 2011
La strategia del silenzio
Un gesto quotidiano, come quello di accendere il televisore è diventato un rischio. E' praticamente impossibile, a meno che non si guardino solo cartoni e soap opera, non sentirsi destabilizzati da ciò che si vede sul piccolo schermo.
Accendi la tv una domenica a pranzo e vedi un ragazzo su una pista motociclistica che viene travolto e non si muove più. Lo riaccendi e appare il volto tumefatto di un dittatore eliminato dal suo stesso popolo. Senza muovermi da casa posso vedere le abitazioni distrutte dalla marea di fango e acqua nelle Cinque Terre, con le persone che piangono i morti e i dispersi. Oppure, come doloroso promemoria, la sofferenza senza fine di innumerevoli esseri umani, per lo più bambini, che si spengono per colpa della fame e della carestia nel Corno d'Africa.
E su tutto questo parole, parole, parole, parole. Le immagini attirano ondate di commenti-fotocopia triti e ritriti da parte di politici più o meno importanti, esperti di turno e personaggi dello showbiz che rimbalzano l'uno sull'altro, si sommergono e poi si annullano spegnendosi nel vuoto, dopo essere stati accolti da applausi di scena anch'essi talmente scontati e ripetitivi da sembrare opera di automi.
Un campione in erba è morto inseguendo il suo sogno. Un dittatore è andato incontro al suo destino. La Natura si è ribellata e ha travolto la vita di persone innocenti, da un lato sommergendole di acqua e dall'altro assetando la terra. Di fronte a tutto questo è normale provare cordoglio, orrore, pietà. Ma la nostra televisione ormai sfrutta la pornografia del dolore come se non avesse altri argomenti per fare ascolti.
E la consueta indigestione di immagini shock associate alle cantilene di opinionisti, personaggi famosi e conduttori rampanti produce sempre lo stesso prevedibile risultato: ci anestetizzano gradualmente. La ripetizione affievolisce il senso di orrore e pietà di fronte alle tragedie che non ci colpiscono in modo diretto. E' normale. E' un meccanismo psicologico di autodifesa che ci aiuta ad andare avanti con la nostra vita quotidiana. La notizia nel frattempo non è più da prima pagina. Alla fine, ciò che rimane è solo la sensazione che il mondo stia diventando ogni giorno meno sicuro.
Ha senso essere sottoposti ogni giorno a tutto questo? Perché anche quando non accadono tragedie "fresche di giornata", la nostra televisione gronda lacrime, sangue e dolore. Ci propina, ad esempio, approfondimenti su efferati omicidi del passato, ricostruzioni delle morti misteriose delle rockstar, psicodrammi familiari sotto forma di racconti di vita.
Cosa possiamo fare, visto che il tema della spettacolarizzazione del dolore scatena nei talk show e nelle trasmissioni cosiddette di informazione (ma in realtà di intrattenimento) la solita marea nera di discorsi vuoti, inutili e ripetitivi, fatti solo per il gusto di parlare e farsi inquadrare dalle telecamere?
Il silenzio, potrebbe forse essere l'unica alternativa.
Basta fare i pappagalli. Basta argomentazioni e ragionamenti che sembrano essere stati conservati nel freezer e poi passati al microonde per essere dati in pasto al pubblico. Basta aprire bocca e dargli fiato solo per stare sotto i riflettori. Basta parlare tanto per parlare. Le parole sono importanti. Possono accendere gli animi, possono consolare, possono far riflettere, far capire. A patto di essere usate, se non con il cuore, almeno con intelligenza e sincerità intellettuale. Solo in questo caso le parole non stancano mai e ci viene naturale conservarle nella nostra memoria. Altrimenti, sono solo fastidiosi rumori di sottofondo.
E' tanto difficile restituire valore alle parole e alla nostra umanità?
Accendi la tv una domenica a pranzo e vedi un ragazzo su una pista motociclistica che viene travolto e non si muove più. Lo riaccendi e appare il volto tumefatto di un dittatore eliminato dal suo stesso popolo. Senza muovermi da casa posso vedere le abitazioni distrutte dalla marea di fango e acqua nelle Cinque Terre, con le persone che piangono i morti e i dispersi. Oppure, come doloroso promemoria, la sofferenza senza fine di innumerevoli esseri umani, per lo più bambini, che si spengono per colpa della fame e della carestia nel Corno d'Africa.
E su tutto questo parole, parole, parole, parole. Le immagini attirano ondate di commenti-fotocopia triti e ritriti da parte di politici più o meno importanti, esperti di turno e personaggi dello showbiz che rimbalzano l'uno sull'altro, si sommergono e poi si annullano spegnendosi nel vuoto, dopo essere stati accolti da applausi di scena anch'essi talmente scontati e ripetitivi da sembrare opera di automi.
Un campione in erba è morto inseguendo il suo sogno. Un dittatore è andato incontro al suo destino. La Natura si è ribellata e ha travolto la vita di persone innocenti, da un lato sommergendole di acqua e dall'altro assetando la terra. Di fronte a tutto questo è normale provare cordoglio, orrore, pietà. Ma la nostra televisione ormai sfrutta la pornografia del dolore come se non avesse altri argomenti per fare ascolti.
E la consueta indigestione di immagini shock associate alle cantilene di opinionisti, personaggi famosi e conduttori rampanti produce sempre lo stesso prevedibile risultato: ci anestetizzano gradualmente. La ripetizione affievolisce il senso di orrore e pietà di fronte alle tragedie che non ci colpiscono in modo diretto. E' normale. E' un meccanismo psicologico di autodifesa che ci aiuta ad andare avanti con la nostra vita quotidiana. La notizia nel frattempo non è più da prima pagina. Alla fine, ciò che rimane è solo la sensazione che il mondo stia diventando ogni giorno meno sicuro.
Ha senso essere sottoposti ogni giorno a tutto questo? Perché anche quando non accadono tragedie "fresche di giornata", la nostra televisione gronda lacrime, sangue e dolore. Ci propina, ad esempio, approfondimenti su efferati omicidi del passato, ricostruzioni delle morti misteriose delle rockstar, psicodrammi familiari sotto forma di racconti di vita.
Cosa possiamo fare, visto che il tema della spettacolarizzazione del dolore scatena nei talk show e nelle trasmissioni cosiddette di informazione (ma in realtà di intrattenimento) la solita marea nera di discorsi vuoti, inutili e ripetitivi, fatti solo per il gusto di parlare e farsi inquadrare dalle telecamere?
Il silenzio, potrebbe forse essere l'unica alternativa.
Basta fare i pappagalli. Basta argomentazioni e ragionamenti che sembrano essere stati conservati nel freezer e poi passati al microonde per essere dati in pasto al pubblico. Basta aprire bocca e dargli fiato solo per stare sotto i riflettori. Basta parlare tanto per parlare. Le parole sono importanti. Possono accendere gli animi, possono consolare, possono far riflettere, far capire. A patto di essere usate, se non con il cuore, almeno con intelligenza e sincerità intellettuale. Solo in questo caso le parole non stancano mai e ci viene naturale conservarle nella nostra memoria. Altrimenti, sono solo fastidiosi rumori di sottofondo.
E' tanto difficile restituire valore alle parole e alla nostra umanità?
sabato 15 ottobre 2011
Un tranquillo sabato di paura
Mezzo centro di Roma messo a ferro e fuoco, immagini di violenza urbana che rimbombano sullo schermo televisivo, i commenti ripetitivi di fronte ai microfoni e alle telecamere...
E' uno strano sabato questo, con fiumi di parole sulla notizia del giorno, forse della settimana... ma è presto per dire quanto durerà l'attenzione mediatica, dato che la situazione politica italiana sembra sempre sull'orlo del baratro (ma poi tutto finisce a tarallucci e vino - non lo sapevate? Italians do it better!).
La mia cena di stasera è fatta di sanpietrini divelti, cassonetti rovesciati, macchine bruciate, lacrimogeni. Le immagini non sono nuove. Ripenso a Genova e alla Londra di questa estate. Non trovo sorprendente ciò che è accaduto.
E' già avvenuto in passato e tante altre volte avverrà probabilmente in futuro che una manifestazione pacifica si trasformi in una ferita per la città che la ospita. Vorrei solo che qualcuno obbligasse chi ha distrutto, danneggiato e bruciato a riparare tutto non (solo) con il denaro ma con la fatica delle proprie mani.
Distruggere è facile, è roba di pochi secondi, è costruire che è difficile.
Guardo quei giovani con il volto coperto che tirano pietre e bombe carta e sfidano la polizia apparentemente in preda ad un furore incontrollabile. E mi chiedo da dove scaturisca questa sete di violenza e distruzione a tutti i costi.
Sono molte le persone che in questo periodo di crisi economica conoscono la rabbia e la disperazione. Disoccupati, lavoratori in cassaintegrazione, precari, persone comuni che si ritrovano a dover lottare come Davide contro Golia per far valere i loro diritti. Ma per quanto ne so nessuna di loro, per quanto disperata, si sognerebbe mai di distruggere con atti vandalici e a volto coperto ciò che secondo loro potrebbe rappresentare simbolicamente il "nemico".
Perché, appunto, distruggere è un attimo. Costruire (una famiglia, una casa, una reputazione sul posto di lavoro) richiede tempo, costanza, impegno. Le persone che lo sanno lottano in modo differente, facendo appello a tutti i possibili strumenti che la società civile ci mette a disposizione.
E questa è già una risposta.
E' uno strano sabato questo, con fiumi di parole sulla notizia del giorno, forse della settimana... ma è presto per dire quanto durerà l'attenzione mediatica, dato che la situazione politica italiana sembra sempre sull'orlo del baratro (ma poi tutto finisce a tarallucci e vino - non lo sapevate? Italians do it better!).
La mia cena di stasera è fatta di sanpietrini divelti, cassonetti rovesciati, macchine bruciate, lacrimogeni. Le immagini non sono nuove. Ripenso a Genova e alla Londra di questa estate. Non trovo sorprendente ciò che è accaduto.
E' già avvenuto in passato e tante altre volte avverrà probabilmente in futuro che una manifestazione pacifica si trasformi in una ferita per la città che la ospita. Vorrei solo che qualcuno obbligasse chi ha distrutto, danneggiato e bruciato a riparare tutto non (solo) con il denaro ma con la fatica delle proprie mani.
Distruggere è facile, è roba di pochi secondi, è costruire che è difficile.
Guardo quei giovani con il volto coperto che tirano pietre e bombe carta e sfidano la polizia apparentemente in preda ad un furore incontrollabile. E mi chiedo da dove scaturisca questa sete di violenza e distruzione a tutti i costi.
Sono molte le persone che in questo periodo di crisi economica conoscono la rabbia e la disperazione. Disoccupati, lavoratori in cassaintegrazione, precari, persone comuni che si ritrovano a dover lottare come Davide contro Golia per far valere i loro diritti. Ma per quanto ne so nessuna di loro, per quanto disperata, si sognerebbe mai di distruggere con atti vandalici e a volto coperto ciò che secondo loro potrebbe rappresentare simbolicamente il "nemico".
Perché, appunto, distruggere è un attimo. Costruire (una famiglia, una casa, una reputazione sul posto di lavoro) richiede tempo, costanza, impegno. Le persone che lo sanno lottano in modo differente, facendo appello a tutti i possibili strumenti che la società civile ci mette a disposizione.
E questa è già una risposta.
sabato 8 ottobre 2011
Steve Jobs, l'Islanda e il senso comune degli italiani
"Stay hungry, stay foolish" (siate affamati, siate folli).
Steve Jobs non era un informatico, non era un ingegnere, non era un manager (almeno a quanto ho sentito dire poco fa dalla televisione) eppure ha ottenuto risultati che non sarebbero stati possibili a nessuna di queste tre professioni prese separatamente. E forse neanche insieme.
Poiché ragionava fuori dalle regole del mondo, il mondo l'ha seguito perché la sua visione era diversa, unica, originale e apriva ogni volta nuovi orizzonti. Con il suo esempio ci ha dimostrato che "un altro modo" è sempre possibile.
In questo momento in cui il nostro Paese è stretto nella morsa di una crisi economica che sta mettendo al muro i giovani e le fasce più deboli della popolazione, l'invito di Steve Jobs assume un valore ancora più grande.
In queste ultime settimane (sarà capitato anche a voi) ho incontrato spesso al supermercato, alla Posta o alla fermata dell'autobus persone molto preoccupate per il rischio di default che incombe sull'Italia. Ebbene, in questi casi io cito sempre l'esempio dell'Islanda. Questa nazione qualche tempo fa si è trovata in una situazione simile a quella della Grecia. E allora gli islandesi hanno deciso di cambiare le regole del gioco con una rivoluzione pacifica e democratica partita dal basso. Guardate qui questo video su Youtube e vi farete un'idea di quanto sia perverso il meccanismo con il quale i grandi poteri economici riescono ad impadronirsi del futuro di una intera nazione, se li si lascia fare ovviamente. Perché gli islandesi hanno vinto la loro battaglia e sui media italiani di questa storia non si parla.
Ebbene, ogni volta che ho provato raccontare a queste persone (pensionati, gente di mezza età, casalinghe) l'esempio dell'Islanda è sempre capitata la stessa cosa. Hanno tutti chiuso il discorso in tutta fretta.
Diffidenza? Incredulità? Scettiscismo?
Per molti italiani oggi è più facile credere ad una realtà fatta di brutte storie (omicidi efferati, violenze, rapine, suicidi), di fosche previsioni per il futuro e di false promesse da parte dei politici piuttosto che alla possibilità che un intero popolo possa scegliere di riprendere in mano il controllo del suo destino.
Steve Jobs è stato un rivoluzionario perché ha seguito fedelmente la sua visione creativa dimostrando che è ciò in cui si crede che determina la portata e il valore delle nostre vittorie. Pensare differentemente è la chiave per essere i protagonisti della propria vita ed è dunque qualcosa che dobbiamo non solo a noi stessi, ma anche alla nostra comunità di appartenenza.
Perché l'unione di tante persone comuni che pensano differentemente può davvero essere la risorsa decisiva per cambiare in meglio il destino di un'intera nazione.
Steve Jobs non era un informatico, non era un ingegnere, non era un manager (almeno a quanto ho sentito dire poco fa dalla televisione) eppure ha ottenuto risultati che non sarebbero stati possibili a nessuna di queste tre professioni prese separatamente. E forse neanche insieme.
Poiché ragionava fuori dalle regole del mondo, il mondo l'ha seguito perché la sua visione era diversa, unica, originale e apriva ogni volta nuovi orizzonti. Con il suo esempio ci ha dimostrato che "un altro modo" è sempre possibile.
In questo momento in cui il nostro Paese è stretto nella morsa di una crisi economica che sta mettendo al muro i giovani e le fasce più deboli della popolazione, l'invito di Steve Jobs assume un valore ancora più grande.
In queste ultime settimane (sarà capitato anche a voi) ho incontrato spesso al supermercato, alla Posta o alla fermata dell'autobus persone molto preoccupate per il rischio di default che incombe sull'Italia. Ebbene, in questi casi io cito sempre l'esempio dell'Islanda. Questa nazione qualche tempo fa si è trovata in una situazione simile a quella della Grecia. E allora gli islandesi hanno deciso di cambiare le regole del gioco con una rivoluzione pacifica e democratica partita dal basso. Guardate qui questo video su Youtube e vi farete un'idea di quanto sia perverso il meccanismo con il quale i grandi poteri economici riescono ad impadronirsi del futuro di una intera nazione, se li si lascia fare ovviamente. Perché gli islandesi hanno vinto la loro battaglia e sui media italiani di questa storia non si parla.
Ebbene, ogni volta che ho provato raccontare a queste persone (pensionati, gente di mezza età, casalinghe) l'esempio dell'Islanda è sempre capitata la stessa cosa. Hanno tutti chiuso il discorso in tutta fretta.
Diffidenza? Incredulità? Scettiscismo?
Per molti italiani oggi è più facile credere ad una realtà fatta di brutte storie (omicidi efferati, violenze, rapine, suicidi), di fosche previsioni per il futuro e di false promesse da parte dei politici piuttosto che alla possibilità che un intero popolo possa scegliere di riprendere in mano il controllo del suo destino.
Steve Jobs è stato un rivoluzionario perché ha seguito fedelmente la sua visione creativa dimostrando che è ciò in cui si crede che determina la portata e il valore delle nostre vittorie. Pensare differentemente è la chiave per essere i protagonisti della propria vita ed è dunque qualcosa che dobbiamo non solo a noi stessi, ma anche alla nostra comunità di appartenenza.
Perché l'unione di tante persone comuni che pensano differentemente può davvero essere la risorsa decisiva per cambiare in meglio il destino di un'intera nazione.
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